Scusate il silenzio degli ultimi mesi ma ero impegnato a rileggermi le dispense: “Come si fa a cambiare il mondo!” … (capirete che non è poco) e le mie conclusioni sono queste:
Se escludiamo il terrorismo e la rivoluzione (nel 68 ci abbiamo provato ma non è andata un gran che bene) rimangono due sole strade: il proselitismo personale e la politica.
Nel primo caso si tratta di convincere una persona dopo l’altra della bontà delle nostre idee. Una sorta di testimoni di Geova che – invece di raccontare la Bibbia – cercano di spiegare la giustezza della laicità, dell’ecologia, dell’onestà, e così via. Sicuramente è il metodo migliore, l’importante è non avere fretta e sapere che il mondo probabilmente (quante persone riesco a contattare/convincere in un giorno?) cambierà come noi vogliamo dopo tre o quattro generazioni.
Rimane (purtroppo) la politica, perché è attraverso essa che le aspirazioni diventano leggi. E qui l’analisi è drammaticamente desolante.
In una situazione “normale” il popolo che si identifica con un certo modo di vedere la società individua il partito che incarna le sue idee e lo vota, nella speranza che esso diventi maggioranza e traduca in concreto le sue aspettative.
Il problema è che in Italia un tale partito non esiste, e quelli che apparentemente più si avvicinano a queste idee sono impegnati in esperimenti di scissione dell’atomo che li portano a continue divisioni, con nascita/morte di minuscole formazioni politiche insignificanti numericamente.
L’unica soluzione che alcuni sognatori hanno individuato (tra cui il sottoscritto) è stata quella di “occupare” il maggiore partito di centrosinistra: il PD, dove per “occupare” si intende anche la consapevolezza di tutte le cose (tante) che non vanno in questo partito. Una adesione quindi non passiva ma combattiva.
E’ una soluzione vincente? Questa occupazione sta dando dei frutti concreti? Sinceramente non lo so, ma sicuramente qualche “scossettina” si percepisce.
L’avere riempito il Lingotto al limite dell’agibilità e avere costretto i big a Torino per ascoltare non deve essere sicuramente esaltato ma nemmeno sottovalutato. Il problema è il “che fare ora” per tradurre l’occupazione in “produzione”.
Sulla strada migliore da seguire – guardando soprattutto al congresso ed alla segreteria - confesso che ho molti dubbi. Terza via o fiducia all’accoppiata Serracchiani / Franceschini (Bersani personalmente lo escludo dai miei ideali)?
Sicuramente la terza via è quella che ritengo auspicabile, se però essa avrà la capacità di contendere realmente la Segreteria, o almeno condizionare poi la linea del partito.
In assenza di questo, io non riesco a criticare la scelta di Debora di non correre da sola, perché a pensarci bene è la stessa filosofia che ha spinto molti di noi ad entrare nel PD: cercare di entrare nei meccanismi del partito non per ottenere la tradizionale poltrona ad uso personale, ma per “contare” e incidere.
Questo è quello che penso ora, ma qualcosa mi dice che tra non molto l’ingresso in campo di un altro candidato spariglierà carte, giudizi e schieramenti (compreso il mio … forse).
PS: naturalmente accetto suggerimenti e integrazioni riguardo ai miei studi relativi a “come cambiare il mondo (o almeno il PD)”.