
A noi rimane il dubbio che ha accompagnato il nostro entusiasmo fin dal momento in cui abbiamo deciso - in tempi lontanissimi dall'euforia generale - di "adottare" il senatore dell'Illinois: quanto del "modello Obama" può essere esportato in Italia e, in particolare, nel Partito Democratico?
Va subito detto che oggi - su Repubblica - Nadia Urbinati è rigorosa nella sua risposta negativa: " (...) Obama non può essere un modello per nessun paese che non sia l'America (...)". Probabilmente è vero, ma questo non significa ignorare cosa è successo (sta succedendo) negli USA.
E' inutile girarci intorno: lì si sta realizzando una vera e propria rivoluzione politica improntata al "cambiamento", e al coraggio di sperimentare nuove strade; da noi - a parte gli slogan e le dichiarazioni d'intento - tutto si consuma sotto un'unica parola d'ordine: "continuità".
"Continuità" significa ad esempio ignorare le nuove strade (internet prima di tutto) che hanno permesso ad Obama di raggiungere capillarmente ogni angolo degli stati americani e che gli hanno consentito di ricevere donazioni coinvolgendo una miriade di piccoli donatori.
Attraverso Internet si sono costituiti 6.500 gruppi di volontari, sono stati organizzati offline oltre 13.000 eventi e raccolti fondi superiori a 1,5 milioni di dollari di cui circa la metà da meno di 25 dollari (i dati sono per difetto, riferendosi a febbraio 2008).
Ma non è solo questo l'utilizzo che Obama ha fatto e intende fare della rete. Al contrario dei nostri politici, che aprono siti durante le campagne elettorali e poi li lasciano "appesi" a partire dal giorno dopo il voto, il futuro Presidente USA intende pubblicizzare attraverso Internet sia i progetti che le realizzazioni che via via prenderanno corpo.
Considerato il disastroso livello di comunicazione mostrato dal Governo Prodi, c'è qualcuno in casa nostra, tra i fautori della "continuità", che dimostri almeno un pizzico di curiosità nei confronti di cosa sta accadendo negli States?
Da noi, quando si parla di internet - soprattutto nei circoli territoriali, "ma anche" nei vertici del Partito Democratico - si vedono volti stralunati, nella migliore delle ipotesi espressione di scetticismo, in altri casi di vero e proprio "fastidio" nei confronti di un metodo che mette in discussione la tranquillizzante "continuità" di un rituale difficile da scardinare.
Internet, e tutte le sue accezioni più innovative, come ad esempio i blog o i social network, vengono al massimo permesse come il giocattolo da concedere ai sognatori del web, salvo poi chiedere disciplinatamente il ritorno ai metodi antiquati quando si tratta di affrontare i momenti cruciali della politica (elezioni di cariche o rappresentanti, campagne elettorali, confronti, ecc.).
Saremo capaci di cogliere, dall'esperienza americana, uno spunto per innovare veramente sia in tecnologia e metodo, sia (non meno importante) in volti nuovi in grado di interpretare il desiderio di cambiare? Come conclude Tito Boeri nel suo articolo su Repubblica dal titolo: "Una missione per la politica": "... C'è qualcuno lassù disposto a raccogliere questa sfida?"

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