
Così, quando arriva il giorno più importante delle primarie presidenziali, lo chiamiamo Supertuesday, il supermartedì. E' il giorno in cui in 24 stati si tengono le primarie del Partito Democratico, e in 21 si tengono quelle del Partito Repubblicano. Il cinquantadue per cento dei delegati democratici sono scelti quel giorno, e lo stesso vale per il quarantuno per cento dei delegati repubblicani."
E' il supertuesday, nella descrizione di Richard Schiff pubblicata nei giorni scorsi sull'Independent. La gara che ha preso inizio in Iowa nei primi freddi giorni di gennaio si concluderà ufficialmente soltanto alla metà di giugno, ma i conti nella corsa alle nomination dei democratici e dei repubblicani si faranno stanotte, quando saranno chiamati a esprimersi oltre venti stati per parte, tra cui i più grandi e influenti.
E' il momento dei verdetti: questa notte sapremo con buone probabilità chi saranno i due candidati che si contenderanno la Casa Bianca nel prossimo novembre. Raramente si è assistito a una sfida così aperta: nessun membro di governo in corsa, nessun presidente in cerca di riconferma, nessun vicepresidente che punta alla promozione. Solo una folta schiera di candidati ridottasi primaria dopo primaria a una rosa di quattro nomi, due repubblicani e due democratici, che si contendono le due poltrone che contano.
Sul fronte repubblicano, la sfida è tra Mitt Romney, milionario di religione mormona ed ex-governatore del Massachussets, e John McCain, senatore dell'Arizona ed eroe di guerra. Il primo ha dalla sua l'affidabilità: è stato un apprezzato governatore, ha presieduto il Comitato Olimpico dei giochi invernali del 2002, è un imprenditore affermato. Ha un buon ruolino di marcia, sembra non aver sofferto eccessivamente della diffidenza degli americani nei confronti della sua confessione religiosa ma non ha trovato il colpo di grazia e nelle ultime settimane è apparso in grande flessione.
Se ne è giovato John McCain: il senatore dell'Arizona ha iniziato la corsa da vero outsider e oggi si trova a un passo dalla nomination. McCain è un repubblicano atipico: mal sopportato dall'establishment del suo partito (che potrebbe fargli qualche scherzo proprio nel voto di oggi), petraeusiano ante-litteram, è considerato dal cuore del partito e in particolar modo nel sud degli States come un eretico, amico dei liberal (Joe Lieberman, candidato alla vicepresidenza di Al Gore, sta dalla sua parte) ed eccessivamente morbido su quei temi che infiammano gli animi dei repubblicani come la lotta all'immigrazione clandestina e l'aborto. Ha iniziato la corsa a fari spenti e passo dopo passo ha incassato importanti vittorie e i preziosi endorsement di pezzi da novanta come Rudy Giuliani e Arnold Schwarzenegger. Salvo sorprese, la nomination repubblicana è nelle sue mani.
Sul fronte democratico, i nomi sono noti: Hillary Rodham Clinton, senatrice dello stato di New York, e Barack Obama, senatore dell'Illinois. E' uno scenario a dir poco sorprendente. Fino a pochi mesi fa Hillary aveva un vantaggio abissale in tutti i sondaggi e diversi osservatori preventivavano un ritiro di Obama molto prima del supertuesday. Il fatto che Barack Obama non sia semplicemente ancora in corsa ma arrivi al 5 febbraio con la possibilità di giocare la sua partita e sperare nella nomination ci dice molto di questa tornata di primarie: anche qui, come nel caso di McCain, sembrano essere premiati i candidati meno connotati con l'establishment del loro partito e più abili nel affascinare gli indecisi e gli indipendenti.
Hillary Rodham Clinton ha dalla sua la lunga esperienza di senatrice e il blasone di una famiglia che tanti americani ricordano con nostalgia, ma quello che è riuscito a creare Barack Obama è un momentum che non ha eguali. Il senatore dell'Illinois ha costruito una campagna elettorale alta e visionaria che è riuscita a trasformare in formidabili parole-chiave concetti semplici come il cambiamento, la fiducia, la speranza e l'unità nazionale senza strizzare l'occhio al neo-populismo à la John Edwards.
Obama ha collezionato dei risultati sorprendenti, ha infilato degli endorsement uno più pesante dell'altro (Ted Kennedy, John Kerry, Caroline Kennedy, Oprah Winfrey, buona parte del mondo di Hollywood), si gioverà del ritiro di Edwards e si avvia a colmare il gap nei sondaggi completando una rimonta ai limiti dell'incredibile.
Cosa dire di più: ci siamo. La tribu non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per il senatore nero dell'Illinois: crediamo che Barack Obama rappresenti l'incarnazione di quella politica nuova che ci piace e cerchiamo, nel nostro piccolo, di promuovere. Contenuti e visione, fiducia e futuro, coraggio e concretezza: crediamo che Barack Obama sarebbe un ottimo Presidente degli Stati Uniti d'America.
Stanotte tiferemo per lui: " Yes, we can " .

categoria:usa , primarie, democrazia, partito democratico, pennarossa, ricambio generazionale, elezioni usa, hillary clinton, obama, super tuesday


















