
Il segretario dei DS Piero Fassino, ha rilasciato questa settimana sul Venerdì di Repubblica un'intervista sul tema del ricambio generazionale in vista del futuro Partito Democratico. Si tratta di un contributo prezioso, perché il segretario DS (che arrivò giovanissimo alla Segreteria nazionale del Pci) non fa mistero di proporre per il Partito Democratico un limite di mandato, un meccanismo simile a quello utilizzato per i sindaci.
La proposta di Fassino va nella giusta direzione. D'altra parte, i dati parlano chiaro: alla Camera, il gruppo parlamentare dell'Ulivo è il gruppo con la percentuale maggiore di over 50 e over 60, al Senato il primato del gruppo parlamentare con età media più alta è di Forza Italia, ma l'Ulivo segue a ruota al secondo posto. An ha portato una trentenne alla vicepresidenza della Camera, mentre al Senato i gruppi parlamentari con più trentenni sono quelli di Forza Italia e Lega Nord (rispettivamente 14 e 15 contro solo i 9 dell'Ulivo, che pure ha un numero totale di senatori maggiore).
Partiamo quindi dal capire che quando si parla di sbloccare i gangli del potere politico portando aria nuova nelle segreterie dei partiti, si parla innanzitutto di noi: abbiamo del terreno da recuperare. Le forze democratiche e progressiste di questo Paese sono in cammino ormai da anni verso un obiettivo comune: la costruzione di un grande partito che si ispiri alla tradizione del progressismo democratico.
Sappiamo che si tratta di un percorso accidentato, sappiamo che è in atto una vera e propria volata tra le classi dirigenti di DS e Dl: cercano di prendere in testa l'ultima curva, per conquistare preziose rendite di posizione ed aumentare il loro potere contrattuale nei confronti dell'avversario. La causa principale di questa situazione è la salvaguardia degli attuali equilibri politici, la fisiologica tendenza del potere ad autoconservarsi.
Siamo sicuri che in presenza di una classe politica "a termine", assisteremmo allo stesso deprimente scenario? Attenzione, qui non si vuole fare la retorica trita e ritrita del "largo ai giovani". Qui si parla di opportunità, strategia e necessità: attuare una politica di ricambio della classe dirigente e dei leader, stabilire meccanismi automatici di turnover, istituire meccanismi di democrazia diretta, aprire il Partito alle forze migliori del paese. Si tratta di una strategia che – semplicemente - non ha controindicazioni.
Ricambio non vuol dire soltanto "largo ai giovani". Ricambio vuol dire dare l'immagine di un partito che si muove, che risponde in maniera adeguata alle sfide del presente e non si lascia spaventare dal futuro, che conosce il suo tempo, che non è schiavo dei vecchi archetipi della società e della politica. Un esempio su tutti: siete sicuri che un Parlamento formato da quarantenni (di qualsiasi connotazione politica essi siano) incontrerebbe tutti questi problemi a legiferare su una materia come il riconoscimento delle unioni di fatto?
Ricambio vuol dire garantire stabilità e forza ad un partito che non può essere ostaggio dello scontro tra due ideologie morte e sepolte (ex-Dc contro ex-Pci), ma ha bisogno di formare una classe dirigente nuova che non sia connotata da nessun "ex-qualcosa". Abbiamo bisogno di una classe dirigente che non sia ex-Ds o ex-Dl: abbiamo bisogno di una classe dirigente formata da giovani politici democratici: moderni, riformisti, progressisti.Ricambio vuol dire ridurre al minimo la formazione di sacche di potere, garantire trasparenza nelle scelte del partito e equilibrio nella condotta dei suoi uomini. Vuol dire stabilire per statuto una serie di meccanismi che permettano agli elettori di partecipare attivamente alla vita del partito: l'esercizio delle elezioni primarie, l'utilizzo dei sondaggi deliberativi, il ricorso a regolamenti congressuali più orizzontali e meno legati ai torbidi meccanismi del tesseramento.
Ricambio vuol dire coerenza verso il partito e onestà nei confronti dell'elettorato: vuol dire che (come succede in ogni paese normale e come auspicava Nicola Rossi nella sua lettera di addio ai Ds), semplicemente, chi perde se ne va. Anche qui, basta un esempio: la più grande e di successo forza progressista in Europa, il New Labour di Tony Blair, nasce proprio quando dopo diciotto anni di sconfitte, un gruppo di quarantenni caccia la vecchia e fallimentare dirigenza e rivoluziona il partito, portandolo a tre vittorie consecutive alle elezioni politiche (e si è ancora in tempo per la quarta).
Oggi, ho il timore che, una volta nato, il Partito Democratico rischi di percorrere la strada del governo Prodi: una brevissima luna di miele prima di sprofondare nelle sabbie mobili della polemica quotidiana, del mercato delle cariche, degli errori di comunicazione. Se il Partito (veramente) Democratico non si farà carico, fin dalla sua nascita, di attuare un deciso turnover ai vertici della politica italiana, perderà probabilmente nel giro di pochi mesi tutto il suo slancio innovatore e riformista.
Non possiamo permetterci questo errore.

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