lunedì, 31 marzo 2008


 

Per tutte le cose dette qui sui candidati del 2008.
postato da: redpen2006 alle ore 14:53 | Permalink | commenti (5)
categoria:politica, web , internet, elezioni, rete, candidati, berlusconi, partecipazione, credibilità
venerdì, 28 marzo 2008
di Giovanni Fontana

Alemanno

Oggi, mentre ero in auto, ho visto - non visto - un signore avvicinarsi circospetto a uno dei cartelloni elettorali di Alemanno ad altezza uomo (di fronte alla metro Ottaviano), tirare fuori un pennarellone nero dalla tasca, guardarsi intorno, e disegnare al candidato del PDL i baffetti à la Hitler.

Valeria, con spirito più pronto del mio assonnato, è subito scesa dalla macchina dirigendosi verso di lui e il cartellone. Io l'ho seguita.

Volevo far luce sulle motivazioni dello sfregio: era mandato da qualcuno (e semmai da chi?) o lo faceva per privato senso d'appartenenza?. Oppure perché era in pensione e non aveva nulla da fare.

Perché gli stava antipatico Alemanno (o perché gli stava simpatico?)? E i motivi erano personali, oppure l'avrebbe fatto con qualunque dei "loro". Che poi c'era sempre da capire chi fossero, per lui, i "noi". E per ogni partito che pensavo, mi veniva in mente un bagaglio di motivazioni credibile: da Ferrando a Storace.

Non ce l'abbiamo fatta, perché appena si è reso conto che la macchina parcheggiata lì davanti conteneva in effetti delle persone, si è allontanato con passo svelto: così non gli ho potuto chiedere quale atavico rimestamento lo stesse spingendo a un gesto che credevo solo uno stereotipo. Che nessuno faceva ancora, e se c'era qualcuno era impossibile incontrarlo; come quelli che scrivono "Amo Costanza, ma senza speranza" sui ponti, sai che esistono, ma non sai come fanno. E ti convinci che sono scritte che resistono lì da vent'anni (e comunque vent'anni fa come hanno fatto?), e che ora non si fanno più. E invece sembra di no.

In pieno centro a Roma, nell'ora di punta, solamente lontano dagli sguardi: c'è ancora qualcuno capace di adoperarsi in una protesta così d'antan. E soprattutto, c'è ancora qualcuno che usa l'espressione "d'antan". Evidentemente sì.

Giovanni Fontana

martedì, 25 marzo 2008

 Boselli e Gesù

Boselli, alza il tiro. Dopo aver coinvolto Schicchi e tentato di arruolare Mastella, nella seconda fase di questa campagna elettorale, utilizzerà, da sabato 29, per gli spot elettorali, quello che a suo dire fu il primo socialista: Gesù.

Il vespaio, con accuse di blasfemia, e i riflettori della stampa sono assicurati, anche perché alimentati da moderati biografi del nazareno come Zeffirelli. A questo punto ci si chiede cosa potrà accadere nell’ultima settimana e quale altra sorpresa cova in casa socialista.

Qualche malalingua assicura che sono in corso complesse trattative con con la Madonna (già evocata dalla Santanchè) e con il padreterno.  

sabato, 22 marzo 2008

Colomba pasquale

.. in Iraq, in Afghanistan e in tutti gli altri conflitti in corso sulla Terra.
Auguriamo, a tutti gli amici della tribù,
buone vacanze pasquali.


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  .. e appena potete, inviate questa cartolina all'Ambasciata Cinese.


Siamo tutti Tibetani
postato da: redpen2006 alle ore 12:56 | Permalink | commenti (10)
categoria:pace, auguri, pasqua, pennarossa
mercoledì, 19 marzo 2008
di Maria Cascella

Boccuzzi

Giorni fa ho avuto il piacere di conoscere Antonio Boccuzzi per rivolgergli alcune domande a nome degli iscritti del Circolo on line PD Barack Obama. Intervistarlo è stato un momento unico per vari fattori: le domande erano fatte direttamente, non erano mediate da alcun filtro nè testata giornalistica, e lui si è reso disponibile a rispondere a intervistatori di cui non conosceva nulla e con cui ha condiviso la ricerca dei perchè e delle soluzioni per gli infortuni sui luoghi di lavoro.

In quel pochissimo tempo a nostra disposizione era naturalmente emerso il ruolo politico di Antonio, tra i capolista per il Pd in Piemonte, proiettato in parlamento in modo inaspettato e doloroso. La sua candidatura non è nata da una selezione di nomi, non è nata nei corridoi della partitocrazia, ma è brutalmente sbocciata da un fatto luttuoso a cui lui stesso è sopravvissuto, la morte bianca che ha colpito i suoi 7 compagni di lavoro nella Thyssen Krupp sede di Torino.

Leggendo le domande e le risposte pubblicate sul blog e sul ning Obama era emersa la volontà da parte di Antonio di non andare in Parlamento giusto per occupare una poltrona, ma per elaborare proposte, riforme, progetti. Ma di sè non ha parlato.

Di Antonio non si sa molto; neanche dalle innumerevoli interviste rilasciate dopo il recente dramma è emerso nulla, non so neanche se a qualche giornalista interessasse sapere chi fosse realmente Antonio, al di là di essere l'unico sopravvissuto alle fiamme.

Chi fosse me l'hanno invece chiesto alcuni referenti del circolo e per tale ragione l'ho pregato di avere ancora un po' di disponibilità nel risponderci. Antonio nasce a Torino il 27 luglio del 1973 da genitori immigrati dalle Puglie, madre casalinga e papà operaio alla Fiat. Dopo gli studi da perito elettronico si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, e mentre frequenta l'università un amico lo informa che un'azienda controllata dalla thyssen sta assumendo.

La domanda di lavoro va a buon fine e nel 1992 entra in azienda a soli 19 anni, giovanissimo tra lavoratori anziani che l'accolgono come un figlio o fratello minore. Si trova subito a suo agio e l'ambiente è ospitale ed accogliente. Per due anni fa lo studente-lavoratore, poi a causa dei turni sceglie il lavoro lasciando per sempre l'università, dove comunque aveva sostenuto alcuni esami. Alla mia domanda sul perchè avesse optato per tale scelta, mi ha risposto che suo padre si sarebbe sacrificato pur di vederlo continuare a studiare, ma lui, per non gravare sulla famiglia, aveva scelto infine la fabbrica.

Nel 1995 la Thyssen ha bisogno di assumere manodopera, ma non potendolo fare perchè nel contempo mette in pre-pensionamento molti lavoratori, assorbe i lavoratori dei gruppi da essa controllati. Antonio pertanto entra ufficialmente nell'azienda madre, il rapporto tra colleghi è sempre ottimo. Anche con la ditta vige un confronto collaborativo, tanto è vero che pur rivestendo il ruolo sindacale di delegato Uilm la sua permanenza in fabbrica in quegli anni non è mai stata oggetto nè di ritorsioni nè di problemi personali.

A testimonianza di ciò, devo ammettere che è stata proprio la serenità di Antonio ad avermi colpito, già il giorno dopo la manifestazione a Torino, a tragedia appena avvenuta, quando prese la parola sopra il palco della prefettura in Piazza Castello. Aveva sfilato fianco a fianco del papà di Bruno Santino morto a soli 26 anni, che mostrando la foto di suo figlio urlava il suo dolore per tutta la durata del corteo.

Antonio, con il volto bruciato, lo stringeva abbracciandolo. Al momento dello scioglimento del corteo prese la parola, usò parole forti ma pacate. Era chiaro che misurava ogni singola sillaba, la manifestazione era in procinto di esplodere per la rabbia e la sofferenza, nessun sindacalista potè parlare senza essere sommerso dai fischi, nessuna autorità potè manifestare il dolore nè a nome proprio nè a nome della Città, neanche l'amatissimo sindaco Chiamparino.

Potevano scoppiare disordini, eppure fu proprio la serenità di Antonio a spingere i manifestanti a defluire senza dare avvio a proteste facilmente strumentalizzabili. Per questa ragione gli ho subito creduto quando mi ha detto che i rapporti tra colleghi e azienda erano buoni e corretti. O almeno lo sono stati fino alla notte tra il 6 e il 7 giugno 2007, quando l'azienda decreta la crisi e fa affiggere ai cancelli, senza alcun preavviso, l'elenco dei lavoratori posti in cassa integrazione.

Da quel momento cominciarono i problemi: molti lavoratori cercarono lavoro altrove, la manuntenzione degli impianti fu lasciata al minimo e nonostante le denunce fatte nessun intervento utile fu messo in atto per evitare il disastro poi accaduto.

Gli unici accorgimenti erano mirati a mantenere le strutture attive e pronte per il trasferimento e il riutilizzo a Termini Imerese. Il resto era lasciato all'improvvisazione ed alla buona volontà di coloro che erano rimasti a mantenere in vita quel poco di produzione rimasta, che poi è ritornata improvvisamente ad avere picchi troppo alti per mantenere i necessari standard di sicurezza.

Ho chiesto ad Antonio quale domanda lo avesse maggiormente disturbato e ferito tra quelle rivoltegli in questi mesi. Mi ha risposto che era il dubbio che molti giornalisti avevano insinuato che egli si fosse appropriato del ruolo di vittima a dispetto dei suoi compagni morti. A dispetto di Antonio Schiavone, con cui usciva anche per andare a ballare con le relative mogli, amiche tra loro; a dispetto di Giuseppe De Masi detto meis con cui andava spesso in birreria. Anzi, proprio il giovane Giuseppe l'aveva trascinato per pub e convinto ad uscire, dopo che Antonio si era per un po' isolato e diradato le uscite dopo lavoro.

Antonio Boccuzzi ha un duro lavoro davanti a sè: essere testimone vivente della denuncia dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, uno sfruttamento cieco ed ottuso, foriero di morte e dolore. Quanto sarebbe pesante questo fardello se dovesse ritrovarsi solo nella sua denuncia? 
lunedì, 17 marzo 2008
di Valter Gallo

Nodi cinesi

Cinque mesi fa, assieme ad altri blogger, proponemmo una campagna sulle negazioni dei diritti umani, delle libertà e della democrazia in Cina e nelle "zone collegate", prevedendo che - con l’approssimarsi dei giochi olimpici - il bubbone sarebbe scoppiato ed i nodi irrisolti sarebbero emersi.

Non potevamo certo immaginare la rivolta tibetana di questi giorni, ma eravamo convinti che le macroscopiche violazioni fossero come una bomba ad orologeria che attendeva solo d'essere innescata.

Noi volevamo attuare una forma di pressione di facile attuazione e, in questo estremo tentativo di dialogo, abbiamo cercato di coinvolgere politici, blogger, associazioni, media, avendo chiaro il rischio di una radicalizzazione dello scontro, che avrebbe fatto emergere chi è "naturalmente" portato a soffiare sul fuoco e il presumibile risultato di vittime lasciate sul campo.

Su Repubblica, ieri, un grande uomo di sport e cultura come Gianni Mura, é tornato a parlare dell'argomento. Dopo aver sottolineato i timori dei leader europei di andar contro una grande potenza (e il suo immenso mercato), ricordava la sua scelta individuale di non seguire i giochi e l'imbarazzo odierno di ritrovarsi, oggi, come compagni di viaggio, sull'onda dell'emotività tibetana, campioni della democrazia come la Santanchè e Calderoli (e poi Storace, Gasparri e Alemanno, aggiungiamo noi).

Insomma, i riflettori dei media stanno facendo uscire, come lumache dopo un acquazzone, le "coscienze democratiche" dal letargo. Come spesso succede ci volevano i morti, anche se, soprattutto guardando al centrosinistra, abbiamo il timore che solo delle stragi riusciranno a risvegliare dal torpore e dall'inerzia chi ha perso per strada la bandiera dei diritti e della democrazia (stendiamo un velo sul silenzio del Vaticano).

Uscendo dal bailamme nostrano, qualche perla di saggezza viene dall'ospite indesiderato, quello che non siamo riusciti ad accogliere come meritava. Ieri, il Dalai Lama, nonostante le vittime e la dura repressione sul suo popolo, ha dichiarato: "Non togliamo i giochi al popolo cinese. Il mondo costringa Pechino ad essere un degno ospite".