martedì, 27 novembre 2007
di Corrado Truffi

7 nani

 
La settimana scorsa il gruppo di lavoro sulla forma partito si è riunito di nuovo, nella sezione del PD dell'Alberone (vecchio quartiere semicentrale di Roma). Ancora una volta, il risultato è stato interessante e produttivo, a mio giudizio, soprattutto per il contesto della riunione.

Eravamo pochi. Del resto, era una brutta giornata di pioggia e freddo, e per chi non lo sapesse l'Alberone è in un gelido scantinato privo di riscaldamenti, e richiede quindi a chi lo frequenta d'inverno un atteggiamento da militanti all'antica.


E tuttavia, la discussione fra noi è stata proficua, appassionata ed anche allegra.
Perché eravamo un gruppo apparentemente male assortito: qualche millino del tutto nuovo alla politica militante e digiuno di "usanze" territoriali, qualche anziano e sperimentato compagno di antica militanza comunista, diessina e ora democratica, smaliziato rispetto a tutti i meccanismi interni dei partiti, qualche giovane avvicinatosi ai DS in periodo ulivista...

E questo, proprio questo, ha consentito di vedere le cose ciascuno da punti di vista diversi, e di ascoltare perfino con stupore ciò che avevano da dire gli altri. Di scoprire novità di impostazione e di pensiero, di usare bene in modo naturale e quasi automatico una tecnica che sarebbe bene usare sempre, quella del "pensiero laterale".


La quantità di stimoli accumulati durante la riunione, assieme alle idee maturate nel dibattito che proseguivano in rete ed altrove, si è consolidata nell'attuale versione della pagine del Wiki de iMille sulla forma partito: un risultato certo ancora provvisorio, ma che comincia a dare un'idea precisa del partito che vogliamo.

Sopratutto perché quel discorso sulla partecipazione, sul partito "veramente democratico", che è il pallino della tribù, sembra trovare finalmente una concretezza di proposte operative, attraverso il disegno di un vero e possibile Sistema per la Partecipazione. (e quest'ultimo link è davvero un esplicito invito alla lettura ...)

domenica, 25 novembre 2007
Manifestazione controviolenzadonne.org
Il "nostro" prode Kkarl è andato a fotografare la manifestazione organizzata  da controviolenzadonne.org.
Polemiche a parte, in questo post vogliamo far parlare le belle immagini catturate (chissà come) dal nostro "inviato speciale", mentre nei commenti crediamo sia il caso di approfondire quanto è successo.
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categoria:italia, donne, intolleranza, pari opportunità, pennarossa, violenza sulle donne
martedì, 20 novembre 2007
di Maria Cascella

Contro la violenza sulle donne

 
"Avviso: il post é molto lungo, ma come si fanno a sintetizzare i miei anni più belli, quelli delle prime lotte femministe?"

Il 24 novembre a Roma, in occasione della giornata internazionale contro la violenza alle donne, controviolenzadonne.org ha indetto una manifestazione nazionale affinché si ritorni a parlare seriamente di tale grave realtà.

Io sono una donna di 48 anni e anagraficamente appartengo alla generazione di donne che negli anni '70 fecero del femminismo una bandiera di lotta, denuncia ed affermazione. Per me, ragazza del sud, non fu facile aderire a quel movimento. Le nostre case erano chiuse ed impermeabili ad ogni novità politica, figuriamoci se poi le “novità” provenivano esclusivamente dal e per il mondo femminile.

Eravamo giovani donne alle quali il massimo consentito era poter frequentare la scuola, privilegio assoluto era l'iscrizione alle scuole superiori o all'università, evento non del tutto certo e scontato in qualsiasi classe sociale d'appartenenza. Il nostro cammino era già iscritto nei nostri primi vagiti: essere mogli e madri esemplari erano gli unici ruoli che la società ci avrebbe  concesso e riconosciuto.

Detto così sembra cosa da nulla: in fondo quello schema andava avanti da millenni, il mondo era sopravvissuto lo stesso e tutto sommato c'era chi non si lamentava affatto di tale percorso, anzi! Era la garanzia della continuità, non solo della specie ma anche del controllo sociale e religioso che si spingeva  fin dentro i più oscuri meandri della famiglia.

Peccato però che dietro quelle porte così ben ermeticamente chiuse si consumassero ogni giorno violenze inenarrabili. La pace sociale meritava quel sacrificio di milioni di donne, madri, figlie e sorelle?  Quanto fosse pesante il fardello delle donne si cominciò ad avvertire dai primi processi per stupro a porte aperte e patrocinate da associazioni femminili, quando si aprirono le cliniche private e gli studi dove i ginecologi dai cucchiai d'oro e le mammane avevano fatto ed accumulato ingenti fortune. Proseguì quando si cominciò a pretendere pari dignità e opportunità nei concorsi e nelle fabbriche, e infine quando si chiese di poter entrare negli alti apparati pubblici e nei palazzi della politica.

A noi ragazze degli anni '70 non ci sembrò vero abbattere uno ad uno i muri dell'omertà. Occupammo ospedali, aprimmo consultori, presidiammo processi, chiedemmo ed ottenemmo comitati etici e di pari opportunità nelle facoltà universitarie, nei partiti, nelle istituzioni.

Eppure qualcosa non deve aver funzionato, se oggi (novembre 2007), un rapporto ONU denuncia che l'aggressività maschile è la prima causa di morte e d'invalidità civile per le donne di tutto il mondo. E se ci accontentassimo dei soli dati italiani ecco la mappatura della nostra nazione.

  • Oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica, sessuale e psicologica nella loro vita;
  • La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7% degli stupri) o dall’ambito familiare;
  • Oltre il 94% non è mai stata denunciata;
  • Solo nel 24,8% dei casi la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto, mentre si abbassa l'età media delle vittime (un milione e 400mila ha subito uno stupro prima dei 16 anni);
  • Solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un "reato", mentre il 44% lo giudica semplicemente "qualcosa di sbagliato" e ben il 36% solo "qualcosa che è accaduto". (dati Istat)

Dalla lettura di questi dati si evince che qualcosa non ha funzionato nel processo evolutivo di questi ultimi 30 anni, precisamente dal 1975 e dalla introduzione del nuovo diritto di famiglia che affermava pari dignità e ruoli nell'ambito della famiglia ad entrambi i coniugi e genitori.

Forse  eravamo tanto illuse che bastasse la semplice denuncia dei fatti per spingere la società a mutare volto e a farsi carico delle differenze e dei soprusi? Sottovalutammo i millenni d'esercizio del potere tanto consolidato e strutturato  da reggere e tramandarsi senza fatica ed ostacolo? Noi donne del resto, cosa pensavamo? Di aver dato la spallata a quell'organizzazione sociale? Cosa avremmo fatto quando ci saremmo confrontate con il nostro privato, con l'educazione dei nostri figli, con le nostre carriere, con le nostre madri, con le altre donne, con i nostri affetti? Saremmo state pronte a riconoscere anche gli altri bisogni, quelli che appartenevano a sfere solo apparentemente più intime? A coniugare i nostri corpi e le sue immancabili mutazioni, la maternità, con il lavoro che avevamo tanto voluto, con le lotte sindacali e con i rapporti di forza a cui gli uomini erano da sempre allenati a sostenere?

Probabilmente ignoravamo che non sarebbero scattati gli aiuti e i riconoscimenti necessari alla nuova realtà, che non bastava uscire di casa e rientrare tardi la sera per essere libere se poi questa libertà non veniva condivisa né accettata da coloro che fino al giorno prima detenevano le chiavi di quell'uscio. Abbiamo pagato un prezzo altissimo per quella dichiarazione di autonomia, se la risposta è stata la recrudescenza della violenza che oggi viene denunciata in ogni stato del mondo occidentale e non.

Cosa chiedono ora le donne scendendo sabato prossimo in piazza e invitando tutti a seguirle in questa pubblica denuncia? Sicuramente che non si bari sui fatti e sui numeri scaricando sugli immigrati colpe che invece  appartengono a tutti; che si accetti la responsabilità che alla crescita si è preferita l' immaturità e la violenza dei comportamenti, visto che è ormai consolidato che dietro tale scellerata scelta c'è stata la riconduzione delle donne al ruolo di puro oggetto sessuale o di bersaglio vivente delle proprie frustrazioni maschili.

Bisogna avere il coraggio di ammettere che anteporre l'uso del corpo come unico strumento di appagamento e realizzazione personale è diventato negli anni un boomerang. Se sei considerata puro contenitore, non hai anima, non hai cervello, non hai emozioni, non sei degna di rispetto. Questo è stato il  grandissimo problema che noi donne abbiamo evitato per anni di ammettere e che improvvidamente non abbiamo avuto il coraggio di dircelo  a chiare lettere.

Non può essere, per contro, una soluzione quella di coprire il nostro corpo fino all'ossessione, fino a raggiungere l'incorporeità, fingendo di mascherarlo con un burqua come richiamato più volte anche e non solo dal blog di Grillo, o ricorrendo ad altri artifizi vari per annullarlo.

Questo equivarrebbe ad azzerare la nostra specificità di genere e quindi regrediremmo nuovamente nel non visto, nel non toccato. Torneremmo a rasentare i muri per non essere ciò che realmente siamo, persone. E’ esattamente il codice d'onore secolare che ci ha portate a vivere nella gabbia in cui ci siamo autocondannate. Gabbia non solo fisica ma, ancor di più grave, anche mentale. Il maschio non desidera se non provocato: tu esci, ti mostri, parli, lavori, esisti, dunque sei una preda e come tale devi sottostare.

Oggi tutti chiedono alle reduci del femminismo le risposte che la società non è stata in grado di fornire, soprattutto dopo che si è anteposta, alla crescita armoniosa degli uomini e delle donne, l'esibizione di corpi che attraverso l'uso esasperato di diete e chirurgia,  hanno puntato solo alla continua ricerca del piacere edonistico, dando per positiva la continua stimolazione del desiderio tanto effimero ma totalmente devastante in personalità immature .

Ma chi oggi è disposto ancora a tollerare che metà del genere umano rasenti i muri o viva in un mondo di paura, di sottomissione, di perenne ricatto per mantenere un posto di lavoro? Chi oggi ha il coraggio di affermare che il modo in cui le donne devono vivere sia degno di un essere umano?

Sabato ci conteremo e non sarà necessario essere lì presenti per testimoniare e sapere che non è una questione di ordine pubblico ma culturale e sociale. Se siamo ancora qui a chiedere partecipazione e adesione è solo perché dalla condanna della violenza alle donne può partire seriamente la trasformazione sociale tanto necessaria a questo nostro Paese.

Chi non può partecipare fisicamente ha tanti strumenti per lanciare la propria adesione: firmando, ad esempio, l'appello che il sito controviolenzadonne.org ha nella sua pagina web. Scorrendo la mappa io noto ancora tante assenze di nomi noti  e non, mi chiedo tristemente il perché.

  Maria Cascella


lunedì, 19 novembre 2007
di Valter Gallo

La politica dopata
 
Ieri sera, alla proclamazione delle 7.027.734 persone che avrebbero apposto una firmetta contro il governo Prodi ai gazebo di Forza Italia, mi è partito un incontrollato e fragoroso “boommm”!

Non mi piace che i numeri riguardanti la partecipazione alle manifestazioni politiche, di qualsiasi schieramento, vengano “pompate”. Lo scrissi anche in qualche commento riguardo i numeri, comunque straordinari e documentati dalle code ai seggi, in occasione delle primarie democratiche del 14 ottobre.

Anche in questa volta si è un “po’ esagerato”, passando nel finale dai 5 milioni ai 7 (il doppio dei 3 milioni e mezzo dichiarati dal PD), tanto che l’ironia s’è sprecata. C’è stato chi ha paragonato questi numeri a quelli dell’esodo delle vacanze di fine luglio e chi ha pregato il Cavaliere di fermarsi alla cifra dei 55 milioni.

Io sono dell’avviso che questo antico vizio politico serve solo a “gasare” i militanti e che sia, per l’interesse dei più, controproducente. Il rischio che intravedo, a furia di dopare i numeri, è che la politica, e chi prova ad operare seriamente per il bene del Paese, sia destinato ad avere all’infinito, la stessa “credibilità” acquisita, negli ultimi anni, dal mondo del ciclismo.

Voi che ne pensate?
giovedì, 15 novembre 2007
Aspettando l'ONU e Lamberto
 
Non sappiamo se sia qualche strana “congiunzione astrale” a fare sì che oggi ci sia la concomitanza del voto all’ONU sulla moratoria contro la pena di morte e il voto sulla finanziaria. Speriamo che in entrambi i casi il voto sia positivo.

In realtà la risoluzione ONU è solo un primo passo verso la definitiva abolizione della pena di morte: essa infatti chiede una sospensione della sua applicazione affinché, un giorno, sia finalmente cancellata La bozza sostiene anche che la pena capitale "va a detrimento della dignità umana" e che "non ci sono prove definitive del valore deterrente della pena capitale".

La situazione delle ultime ore prima del voto finale autorizza (come si usa dire) un “cauto ottimismo”. I paesi contrari alla risoluzione, che vanno dal Botswana alle Barbados, includendo Iran, Cina ed Egitto, sostengono che la materia sia di competenza delle giurisdizioni nazionali, per cui hanno presentato 14 emendamenti per annacquare il testo e riaffermare il diritto di ciascun Paese a stabilire quali pene prevedere per i reati più gravi. Questi “emendamenti killer”sono stati tutti bocciati, e questo è decisamente incoraggiante per il largo fronte della moratoria.

Sul fronte del Governo l’attenzione è tutta concentrata sulla decisione che prenderà Dini, anche se sembra ormai inevitabile il suo orientamento a “sfilarsi” comunque dopo la Finanziaria. Al Governo ed al Parlamento non resterà – a quel punto – che tentare di approvare una nuova legge elettorale e, forse,  prepararsi ad una dura e incerta campagna elettorale.

p.s. la prossima settimana, assieme a chi si è unito a noi nell’iniziativa “Turn Off Pechino 2008”, apriremo un blog dedicato.
Chi volesse partecipare all’elaborazione del progetto, può comunicarlo alla nostra email o nei commenti al post precedente.

postato da: redpen2006 alle ore 15:02 | Permalink | commenti (9)
categoria:italia, cina, diritti, , onu , pena di morte, governo, dini, turn off pechino 2008, turn off beijing
domenica, 11 novembre 2007
di Valter Gallo e Carlo Traina

Turn Off Pechino 2008

 
Con l'avvicinarsi delle Olimpiadi di Pechino 2008, le perplessità riguardanti le condizioni politiche e i diritti umani in cui si svolgeranno i prossimi Giochi, saranno sempre più al centro delle riflessioni dei media e dell'opinione pubblica, con ripercussioni anche nei dibattiti politici interni delle nazioni partecipanti.

Quasi tutti gli osservatori internazionali concordano sul fatto che, nonostante le importanti aperture economiche degli ultimi anni, la transizione democratica non appare vicina e il partito comunista cinese continua ad imperare reprimendo le forme di dissenso.

Minxin Pei su L'espresso ha così sintetizzato l’atteggiamento occidentale: "Le democrazie occidentali sostengono che grazie al dialogo politico e all'integrazione economica la Cina sarà gradualmente sospinta verso la democratizzazione. E quindi, malgrado le riserve a fronte dello scarso rispetto per i diritti umani, o la preoccupazione per i surplus commerciali in ascesa e la crescente esibizione di potenza militare, l'Occidente persevera nella sua apertura verso Pechino".

Il dubbio che la sola attesa dell’integrazione economica non possa bastare per maturare un giudizio benevolo sulla "transizione cinese" attanaglia molti e per alcuni è solo una pia illusione.

L'atteggiamento avuto dal governo cinese nel genocidio del Darfur, il sostegno economico alla giunta militare birmana, l'oppressione del popolo tibetano, le violazioni dei diritti umani in Cina, sono solo alcune di quel lungo elenco delle "giuste cause" per le quali viene invocato il boicottaggio olimpico. 

Sempre se vogliamo ancora tenere conto di quelli che dovrebbero essere i principi olimpici:".. Lo scopo dello Spirito Olimpico è collocare lo sport al servizio dello sviluppo armonioso dell’uomo, al fine di promuovere una società pacifica interessata alla conservazione della dignità umana [..] Qualunque forma di discriminazione nei confronti di paesi e persone per motivi razziali, religiosi, politici, di sesso e per altri aspetti è incompatibile con il Movimento Olimpico".

Disertare i giochi ".. sarebbe un gesto clamoroso nelle relazioni con la superpotenza asiatica, uno schiaffo gravido di conseguenze. Ma partecipare al grande evento sportivo – secondo i fautori della protesta – significa dare un’implicita patente di rispettabilità al regime" (Rampini - Repubblica 6/11/2007).

Un rapporto di Amnesty International ci va giù duro denunciando ".. scarsi miglioramenti per i diritti umani in altri ambiti collegati alle Olimpiadi, in un contesto di crescente repressione nei confronti degli attivisti per i diritti umani e dei giornalisti locali" in un paese dove solo recentemente qualche piccolo miglioramento si è avuto sul fronte dei Gulag.

Anche la blogosfera è in fermento. La decisione dell'obbligo d'identificazione per i blogger cinesi è stato visto come un chiaro atto di censura verso il dissenso e più di un blogger ha proposto di dar dare voce a chi non può.

Che fare? Aspettare e prendere posizioni "ferme" (quali?) come ci suggerisce sul Corsera Ostellino oppure ascoltare chi ci propone di creare "intrecci internazionali virtuosi" (ma come si fa?)? 

Nello stesso editoriale di Ostellino, viene citata parte di una dichiarazione di Goffredo Bettini, braccio destro di Walter Veltroni, rilasciata nel pieno della crisi birmana: "La Cina è il supporto fondamentale della dittatura birmana e l'Occidente è troppo prudente. Anche l'Italia continua a fare i suoi affari come se nulla fosse. Non capisco come si possa, senza concreti atti da parte della Cina, andare serenamente a Pechino a festeggiare le Olimpiadi".

Atti concreti, dunque, come quelli che auspichiamo anche noi convinti che sia compito di chi crede profondamente nei diritti umani, nelle libertà, nella democrazia, di attivarsi per far si che l'opinione pubblica internazionale sia informata su ciò che sta accadendo in Cina. L'inaugurazione dei giochi è prevista per l'agosto 2008. C'è tutto il tempo per decidere se sarà il caso di unirci a questa festa universale dello sport.

Nel frattempo perchè non provare a condizionare il governo cinese richiedendo un impegno su alcuni punti come reale dimostrazione di cambiamento? Non si potrebbe proporre una reale "tregua olimpica" sull'informazione, su Internet, sulle libertà fondamentali, sotto il controllo degli osservatori internazionali?

Con questi scopi ci sentiamo di proporre una battaglia di civiltà, una iniziativa avente lo scopo di coinvolgere l'opinione pubblica, di far pressione sugli sponsor televisivi, sugli atleti e sul comitato olimpico italiano. Proponiamo di non partecipare all'evento spegnendo la TV se non ci saranno significativi interventi sui punti sopraccitati.

Una forma di boicottaggio soft di facile attuazione e coinvolgimento, nello spirito delle grandi battaglie nonviolente gandhiane, di Martin Luther King, che di fronte ai soprusi dei potenti erano umilmente consapevoli di essere piccola cosa ma nello stesso tempo convinti di possedere grandi ragioni, di essere inermi ma non inerti.

Che ne pensate?