di Maria Cascella
"Avviso: il post é molto lungo, ma come si fanno a sintetizzare i miei anni più belli, quelli delle prime lotte femministe?"
Il 24 novembre a Roma, in occasione della giornata internazionale contro la violenza alle donne, controviolenzadonne.org ha indetto una manifestazione nazionale affinché si ritorni a parlare seriamente di tale grave realtà.
Io sono una donna di 48 anni e anagraficamente appartengo alla generazione di donne che negli anni '70 fecero del femminismo una bandiera di lotta, denuncia ed affermazione. Per me, ragazza del sud, non fu facile aderire a quel movimento. Le nostre case erano chiuse ed impermeabili ad ogni novità politica, figuriamoci se poi le “novità” provenivano esclusivamente dal e per il mondo femminile.
Eravamo giovani donne alle quali il massimo consentito era poter frequentare la scuola, privilegio assoluto era l'iscrizione alle scuole superiori o all'università, evento non del tutto certo e scontato in qualsiasi classe sociale d'appartenenza. Il nostro cammino era già iscritto nei nostri primi vagiti: essere mogli e madri esemplari erano gli unici ruoli che la società ci avrebbe concesso e riconosciuto.
Detto così sembra cosa da nulla: in fondo quello schema andava avanti da millenni, il mondo era sopravvissuto lo stesso e tutto sommato c'era chi non si lamentava affatto di tale percorso, anzi! Era la garanzia della continuità, non solo della specie ma anche del controllo sociale e religioso che si spingeva fin dentro i più oscuri meandri della famiglia.
Peccato però che dietro quelle porte così ben ermeticamente chiuse si consumassero ogni giorno violenze inenarrabili. La pace sociale meritava quel sacrificio di milioni di donne, madri, figlie e sorelle? Quanto fosse pesante il fardello delle donne si cominciò ad avvertire dai primi processi per stupro a porte aperte e patrocinate da associazioni femminili, quando si aprirono le cliniche private e gli studi dove i ginecologi dai cucchiai d'oro e le mammane avevano fatto ed accumulato ingenti fortune. Proseguì quando si cominciò a pretendere pari dignità e opportunità nei concorsi e nelle fabbriche, e infine quando si chiese di poter entrare negli alti apparati pubblici e nei palazzi della politica.
A noi ragazze degli anni '70 non ci sembrò vero abbattere uno ad uno i muri dell'omertà. Occupammo ospedali, aprimmo consultori, presidiammo processi, chiedemmo ed ottenemmo comitati etici e di pari opportunità nelle facoltà universitarie, nei partiti, nelle istituzioni.
Eppure qualcosa non deve aver funzionato, se oggi (novembre 2007), un rapporto ONU denuncia che l'aggressività maschile è la prima causa di morte e d'invalidità civile per le donne di tutto il mondo. E se ci accontentassimo dei soli dati italiani ecco la mappatura della nostra nazione.
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Oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica, sessuale e psicologica nella loro vita;
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La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7% degli stupri) o dall’ambito familiare;
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Oltre il 94% non è mai stata denunciata;
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Solo nel 24,8% dei casi la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto, mentre si abbassa l'età media delle vittime (un milione e 400mila ha subito uno stupro prima dei 16 anni);
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Solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un "reato", mentre il 44% lo giudica semplicemente "qualcosa di sbagliato" e ben il 36% solo "qualcosa che è accaduto". (dati Istat)
Dalla lettura di questi dati si evince che qualcosa non ha funzionato nel processo evolutivo di questi ultimi 30 anni, precisamente dal 1975 e dalla introduzione del nuovo diritto di famiglia che affermava pari dignità e ruoli nell'ambito della famiglia ad entrambi i coniugi e genitori.
Forse eravamo tanto illuse che bastasse la semplice denuncia dei fatti per spingere la società a mutare volto e a farsi carico delle differenze e dei soprusi? Sottovalutammo i millenni d'esercizio del potere tanto consolidato e strutturato da reggere e tramandarsi senza fatica ed ostacolo? Noi donne del resto, cosa pensavamo? Di aver dato la spallata a quell'organizzazione sociale? Cosa avremmo fatto quando ci saremmo confrontate con il nostro privato, con l'educazione dei nostri figli, con le nostre carriere, con le nostre madri, con le altre donne, con i nostri affetti? Saremmo state pronte a riconoscere anche gli altri bisogni, quelli che appartenevano a sfere solo apparentemente più intime? A coniugare i nostri corpi e le sue immancabili mutazioni, la maternità, con il lavoro che avevamo tanto voluto, con le lotte sindacali e con i rapporti di forza a cui gli uomini erano da sempre allenati a sostenere?
Probabilmente ignoravamo che non sarebbero scattati gli aiuti e i riconoscimenti necessari alla nuova realtà, che non bastava uscire di casa e rientrare tardi la sera per essere libere se poi questa libertà non veniva condivisa né accettata da coloro che fino al giorno prima detenevano le chiavi di quell'uscio. Abbiamo pagato un prezzo altissimo per quella dichiarazione di autonomia, se la risposta è stata la recrudescenza della violenza che oggi viene denunciata in ogni stato del mondo occidentale e non.
Cosa chiedono ora le donne scendendo sabato prossimo in piazza e invitando tutti a seguirle in questa pubblica denuncia? Sicuramente che non si bari sui fatti e sui numeri scaricando sugli immigrati colpe che invece appartengono a tutti; che si accetti la responsabilità che alla crescita si è preferita l' immaturità e la violenza dei comportamenti, visto che è ormai consolidato che dietro tale scellerata scelta c'è stata la riconduzione delle donne al ruolo di puro oggetto sessuale o di bersaglio vivente delle proprie frustrazioni maschili.
Bisogna avere il coraggio di ammettere che anteporre l'uso del corpo come unico strumento di appagamento e realizzazione personale è diventato negli anni un boomerang. Se sei considerata puro contenitore, non hai anima, non hai cervello, non hai emozioni, non sei degna di rispetto. Questo è stato il grandissimo problema che noi donne abbiamo evitato per anni di ammettere e che improvvidamente non abbiamo avuto il coraggio di dircelo a chiare lettere.
Non può essere, per contro, una soluzione quella di coprire il nostro corpo fino all'ossessione, fino a raggiungere l'incorporeità, fingendo di mascherarlo con un burqua come richiamato più volte anche e non solo dal blog di Grillo, o ricorrendo ad altri artifizi vari per annullarlo.
Questo equivarrebbe ad azzerare la nostra specificità di genere e quindi regrediremmo nuovamente nel non visto, nel non toccato. Torneremmo a rasentare i muri per non essere ciò che realmente siamo, persone. E’ esattamente il codice d'onore secolare che ci ha portate a vivere nella gabbia in cui ci siamo autocondannate. Gabbia non solo fisica ma, ancor di più grave, anche mentale. Il maschio non desidera se non provocato: tu esci, ti mostri, parli, lavori, esisti, dunque sei una preda e come tale devi sottostare.
Oggi tutti chiedono alle reduci del femminismo le risposte che la società non è stata in grado di fornire, soprattutto dopo che si è anteposta, alla crescita armoniosa degli uomini e delle donne, l'esibizione di corpi che attraverso l'uso esasperato di diete e chirurgia, hanno puntato solo alla continua ricerca del piacere edonistico, dando per positiva la continua stimolazione del desiderio tanto effimero ma totalmente devastante in personalità immature .
Ma chi oggi è disposto ancora a tollerare che metà del genere umano rasenti i muri o viva in un mondo di paura, di sottomissione, di perenne ricatto per mantenere un posto di lavoro? Chi oggi ha il coraggio di affermare che il modo in cui le donne devono vivere sia degno di un essere umano?
Sabato ci conteremo e non sarà necessario essere lì presenti per testimoniare e sapere che non è una questione di ordine pubblico ma culturale e sociale. Se siamo ancora qui a chiedere partecipazione e adesione è solo perché dalla condanna della violenza alle donne può partire seriamente la trasformazione sociale tanto necessaria a questo nostro Paese.
Chi non può partecipare fisicamente ha tanti strumenti per lanciare la propria adesione: firmando, ad esempio, l'appello che il sito controviolenzadonne.org ha nella sua pagina web. Scorrendo la mappa io noto ancora tante assenze di nomi noti e non, mi chiedo tristemente il perché.
Maria Cascella