lunedì, 29 gennaio 2007
Liberalizzazioni e .. confronti

Confronti

E così dopo l'indulto, la finanziaria, il vertice di Caserta e la base USA, è arrivato anche il lenzuolone di Bersani a portare finalmente un po' di vento buono tra il popolo del centrosinistra. Un popolo che – c'è da giurarci – riuscirà magari a trovare qualcosa di negativo anche nella carrettata di liberalizzazioni licenziate nell'ultimo Consiglio dei Ministri.
Un popolo esigente che giustamente ora si aspetta che l'attenzione, dopo aver preso di mira i "monopoli" dei piccoli esercenti, si rivolga anche verso quelli dei "poteri forti".

Anche noi crediamo che le riforme di Bersani siano solo un primo passo ed occorra andare avanti, occorra trovare coraggio sui temi dei diritti civili ed etici, occorra intensificare gli sforzi per fare nascere una diplomazia europea finalmente autonoma ed autorevole rispetto agli USA. Però, una volta tanto, godiamoci con un po'di sano ottimismo il lenzuolone di Bersani (come sta già facendo qualcuno in rete), godiamoci le bugie del "cavaliere monopolista" sulla riforma Gentiloni (segno che il riassetto televisivo, così come ipotizzato, coglie nel segno), ed incassiamo con orgoglio i commenti di due autorevoli quotidiani come il Financial Times ("L'Italia straccia la burocrazia") e The Economist ("L'Italia senza catene").

Questo non significa dimenticare le "incongruenze" e le delusioni, di questo primo periodo di legislatura. Niente però a confronto di quello di cui furono capaci Berlusconi & co., anche perché, come ricordava il nostro amico Marco Simoni su OMB, " .. poco meno di un anno fa a Palazzo Chigi c'era gente che sosteneva l'evasione fiscale, emanava a tutto spiano leggi ad personam, chiamava gli immigrati "Bingo-Bongo" " e, aggiungiamo noi chi, oltre a portarci in Iraq, ci aveva procurato ulteriori grattacapi esponendo in Tv magliette anti islam. Marco, suggeriva anche di fare come Luca Sofri applicando in casa una piastrella ricordo.

Ma volendo sentire direttamente i nostri amici e tastare il polso della situazione, ci siamo detti perchè non fare un bel sondaggio/confronto e verificare la classifica delle pecche di questo e del passato governo? Quali sono secondo voi le 3 maggiori bestialità dell'attuale Governo e quelle che ricordate del quinquennio berlusconiano?
Vediamo cosa ne pensate e cosa esce fuori.

postato da: redpen2006 alle ore 15:36 | Permalink | commenti (56)
categoria:italia, politica, sinistra, monopoli, berlusconi, riforme, governo, tv , pennarossa, liberalizzazioni
mercoledì, 24 gennaio 2007
La "colpa" è del Sindaco, del Cardinal Martini,
di Mario Giordano

1

Base Usa

Nella vicenda della base USA di Vicenza ci sono una serie di (tristi) verità che occorre considerare: prima fra tutte quella che secondo le regole della politica estera un governo non può così facilmente disattendere gli impegni presi da quello precedente.

Chiarito questo, diciamo subito che Prodi si è impegnato seriamente per riproporre alcuni errori già fatti nel passato: è mancato il coinvolgimento della popolazione, elemento essenziale per la condivisione di scelte difficili; non è stata approfondita a sufficienza l’ipotesi di una diversa ubicazione della base, che come è noto avrà un notevole impatto urbanistico; non ha instaurato per tempo alcun dialogo con i partiti (di governo) contrari all’allargamento della base (per approfondire l’argomento vi consigliamo questo post) e soprattutto si è arrivati al ridicolo facendo passare la comunicazione che la scelta dipendesse dal Sindaco.

Insomma, non ha dato quel segnale “di sinistra” e di discontinuità che ormai da tempo si chiede al governo soprattutto in materia di impegno militare (e di pace). Eppure basterebbe che invece di volgere lo sguardo così lontano, a occidente, verso l’amministrazione Bush, si fermasse molto prima, sulle coste spagnole.

2

Cardinal Martini

Le recenti dichiarazioni del cardinale Carlo Maria Martini aprono un nuovo fronte - stavolta tutto interno alle gerarchie vaticane - nel dibattito sui diritti civili e l'eutanasia. Il cardinal Martini, espressione dell'ala progressista e riformatrice dei porporati, non è nuovo ad uscite di questo tipo: tempo fa fecero discutere alcune sue dichiarazioni sull' uso del preservativo per combattere l'Aids e sulla bioetica.

Le sue parole danno voce a quella larga fetta di cittadini di religione cristiana che credono nella libertà di scelta, nella vera laicità, che non pretendono che lo Stato tramuti il peccato in reato. E questi cattolici sono tanti, almeno stando alle cifre di alcuni recenti rilevamenti statistici: secondo l'Eurispes, il 70% degli italiani crede nella necessità di un intervento legislativo su eutanasia e testamento biologico; secondo un sondaggio di Swg, il 53% dei cattolici praticanti - occhio al campione - è a favore di un riconoscimento giuridico per le coppie di fatto.

Insomma, sembra confermarsi quella tendenza storica che vede il popolo della Chiesa rispondere alle sfide della società in maniera molto più rapida delle sue gerarchie. Le parole del cardinal Martini hanno il merito di aprire un dibattito, e confermare - qualora ce ne fosse bisogno - che la lotta per i diritti civili e per una sana laicità non può e non deve ridursi a scontro tra cattolici e laici. Il riconoscimento delle unioni di fatto, le modifiche alla legge sulla procreazione medicalmente assistita, il diritto dei cittadini a decidere della loro vita con lo strumento del testamento biologico, la ricerca scientifica: è anche su queste sfide che il governo Prodi si troverà a misurare nel prossimo futuro la sua spinta riformatrice.

Le dichiarazioni di Martini e le rilevazioni statistiche danno al governo la possibilità e lo spazio per affrontare questi temi con buon senso e raziocinio, senza lasciarsi ingabbiare dalle retoriche accuse di "scardinamento dei principi tradizionali" che certamente proverranno dalle ali più clericali del centrodestra e dai vertici della Cei.

Se l'esecutivo riuscirà ad impostare una giusta roadmap su questi temi, gestendo con equilibrio il dibattito interno ed evitando gli ormai frequenti errori di comunicazione, Prodi non dovrà temere nulla. La storia ha sempre confermato che i passi avanti sul terreno della libertà e dei diritti civili sono conquiste che non hanno colore politico, dalle quali nessuno può pensare di tornare indietro.

3

Giordano e Borghezio

Mario Giordano, e il Giornale, si sono portati avanti con il “lavoro”. Il quotidiano milanese dopo essersi distinto nel censurare preventivamente (10 giorni prima) il film tv con Lino Banfi “Il padre delle spose” (salvo poi riscontrare, dopo il successo di audience, la dignità del prodotto), questa volta ha “sciolto” Mario Giordano con qualche mese d’anticipo, commissionandogli per tempo, verso la fiction “Un medico in famiglia”, un articolo/appello contro le “discriminazioni in campo sessuale” degli eterosessuali, al cinema e in Tv.

Come rispondergli questa volta? Io credo che bisognerebbe appellarsi a chi lo legge, a chi lo paga e a chi, più o meno inconsapevolmente, svolge la stessa attività di Giordano. Credo sia venuto il momento, parafrasando Giordano, di atti veramente coraggiosi da parte dei colleghi di questo signore che crede di interpretare una professione che invece riesce solo magnificamente ad infangare. E ora di fare veramente outing. E’ ora che chi ha di questo mestiere una visione alta (e altra), rompa il conformismo professionale e prenda le distanze dalla visione del mondo “borgheziogiordaniana”, maturata dal direttore di Studio Aperto nel suo piccolo mondo dorato di Milano 2.

Mentre “lui” si diverte a Mediaset tra una macchietta del Bagaglino e Lucignolo, un’inchiesta dell’Eurobarometro dimostra chi è in Italia veramente discriminato. Sono gli stessi che “perdono” il loro tempo prezioso a fare le fiaccolate per veder riconosciuti i propri diritti.

Se volete scrivere la vostra opinione a Giordano:
studioaperto@mediaset.it - segreteria@ilgiornale.it

sabato, 20 gennaio 2007
Parti di ricambio (generazionali)

Ricambi generazionali

Il segretario dei DS Piero Fassino, ha rilasciato questa settimana sul Venerdì di Repubblica un'intervista sul tema del ricambio generazionale in vista del futuro Partito Democratico. Si tratta di un contributo prezioso, perché il segretario DS (che arrivò giovanissimo alla Segreteria nazionale del Pci) non fa mistero di proporre per il Partito Democratico un limite di mandato, un meccanismo simile a quello utilizzato per i sindaci.

La proposta di Fassino va nella giusta direzione. D'altra parte, i dati parlano chiaro: alla Camera, il gruppo parlamentare dell'Ulivo è il gruppo con la percentuale maggiore di over 50 e over 60, al Senato il primato del gruppo parlamentare con età media più alta è di Forza Italia, ma l'Ulivo segue a ruota al secondo posto. An ha portato una trentenne alla vicepresidenza della Camera, mentre al Senato i gruppi parlamentari con più trentenni sono quelli di Forza Italia e Lega Nord (rispettivamente 14 e 15 contro solo i 9 dell'Ulivo, che pure ha un numero totale di senatori maggiore).

Partiamo quindi dal capire che quando si parla di sbloccare i gangli del potere politico portando aria nuova nelle segreterie dei partiti, si parla innanzitutto di noi: abbiamo del terreno da recuperare. Le forze democratiche e progressiste di questo Paese sono in cammino ormai da anni verso un obiettivo comune: la costruzione di un grande partito che si ispiri alla tradizione del progressismo democratico.

Sappiamo che si tratta di un percorso accidentato, sappiamo che è in atto una vera e propria volata tra le classi dirigenti di DS e Dl: cercano di prendere in testa l'ultima curva, per conquistare preziose rendite di posizione ed aumentare il loro potere contrattuale nei confronti dell'avversario. La causa principale di questa situazione è la salvaguardia degli attuali equilibri politici, la fisiologica tendenza del potere ad autoconservarsi.

Siamo sicuri che in presenza di una classe politica "a termine", assisteremmo allo stesso deprimente scenario? Attenzione, qui non si vuole fare la retorica trita e ritrita del "largo ai giovani". Qui si parla di opportunità, strategia e necessità: attuare una politica di ricambio della classe dirigente e dei leader, stabilire meccanismi automatici di turnover, istituire meccanismi di democrazia diretta, aprire il Partito alle forze migliori del paese. Si tratta di una strategia che – semplicemente - non ha controindicazioni.

Ricambio non vuol dire soltanto "largo ai giovani". Ricambio vuol dire dare l'immagine di un partito che si muove, che risponde in maniera adeguata alle sfide del presente e non si lascia spaventare dal futuro, che conosce il suo tempo, che non è schiavo dei vecchi archetipi della società e della politica. Un esempio su tutti: siete sicuri che un Parlamento formato da quarantenni (di qualsiasi connotazione politica essi siano) incontrerebbe tutti questi problemi a legiferare su una materia come il riconoscimento delle unioni di fatto?

Ricambio vuol dire garantire stabilità e forza ad un partito che non può essere ostaggio dello scontro tra due ideologie morte e sepolte (ex-Dc contro ex-Pci), ma ha bisogno di formare una classe dirigente nuova che non sia connotata da nessun "ex-qualcosa". Abbiamo bisogno di una classe dirigente che non sia ex-Ds o ex-Dl: abbiamo bisogno di una classe dirigente formata da giovani politici democratici: moderni, riformisti, progressisti.

Ricambio vuol dire ridurre al minimo la formazione di sacche di potere, garantire trasparenza nelle scelte del partito e equilibrio nella condotta dei suoi uomini. Vuol dire stabilire per statuto una serie di meccanismi che permettano agli elettori di partecipare attivamente alla vita del partito: l'esercizio delle elezioni primarie, l'utilizzo dei sondaggi deliberativi, il ricorso a regolamenti congressuali più orizzontali e meno legati ai torbidi meccanismi del tesseramento.

Ricambio vuol dire coerenza verso il partito e onestà nei confronti dell'elettorato: vuol dire che (come succede in ogni paese normale e come auspicava Nicola Rossi nella sua lettera di addio ai Ds), semplicemente, chi perde se ne va. Anche qui, basta un esempio: la più grande e di successo forza progressista in Europa, il New Labour di Tony Blair, nasce proprio quando dopo diciotto anni di sconfitte, un gruppo di quarantenni caccia la vecchia e fallimentare dirigenza e rivoluziona il partito, portandolo a tre vittorie consecutive alle elezioni politiche (e si è ancora in tempo per la quarta).


Oggi, ho il timore che, una volta nato, il Partito Democratico rischi di percorrere la strada del governo Prodi: una brevissima luna di miele prima di sprofondare nelle sabbie mobili della polemica quotidiana, del mercato delle cariche, degli errori di comunicazione. Se il Partito (veramente) Democratico non si farà carico, fin dalla sua nascita, di attuare un deciso turnover ai vertici della politica italiana, perderà probabilmente nel giro di pochi mesi tutto il suo slancio innovatore e riformista.
Non possiamo permetterci questo errore.

Francesco Costa

 

martedì, 16 gennaio 2007
Nemmeno il dolore

Nemmeno il dolore

“Non è nella lista” è la frase che Adele Parrillo si è sentita ripetere in tante occasioni da molti funzionari dello Stato. Invisibile, inesistente, senza identità: questa la condizione che Adele è stata costretta a subire a causa delle leggi italiane.

Adele Parrillo era la compagna di Stefano Rolla, il regista morto nell’attentato di Nassiriya il 12 novembre 2003 ed è diventata, suo malgrado, simbolo della lotta per i PACS dopo l’esclusione dalle commemorazioni ufficiali della strage in quanto non sposata.

Adele è stata tra le prime ad aderire alla nostra iniziativa “Pro Brokeback Mountain”, e da lì ho iniziato a conoscerla. Prima attraverso il suo blog, poi attraverso alcune corrispondenze e telefonate, infine attraverso il suo bellissimo libro: “Nemmeno il dolore”.

Ricordo che quando ho iniziato a leggerlo le ho scritto: “ … ti confesso che leggere le prime pagine sapendo "cosa" leggerò poi, mi intristisce.”. La sua risposta è arrivata decisa: “Ti sorprenderai invece, a volte, a sorridere.... E ti prego, non dire che ti intristisce, non sarebbe un bel complimento.. Un conto è una storia drammatica, quale essa è. Un altro conto è una storia triste. Una storia triste è incolore, apatica, senza spina dorsale, non vorrei leggerla nemmeno io, te l'assicuro… Scusa se ti do il buongiorno con una strigliata, ma sono così... dicono, dalla personalità forte.”

Ed infatti la sua personalità forte lei l’ha dimostrata da subito e continua a dimostrarla oggi, con le sue azioni, con il blog e con l’impegno civile e politico che la vede anche Vice Presidente della Liff (Lega Italiana Famiglie di Fatto).

Molti si domandano perché lo Stato dovrebbe emanare delle leggi a tutela delle coppie di fatto. Io vi invito a leggere questo libro, per capire cosa significa trovarsi improvvisamente cancellati dalla vita di chi si ama, con l’umiliazione pure del “dolore negato”.
“Nemmeno il dolore” é intenso e bello, dove - oltre alle denunce – c’è una tenerissima storia d’amore. “Ma l’amore, per la legge italiana, non conta niente se non è sancito dal rituale del matrimonio”.

Dal punto di vista dello “stile narrativo” il libro mi è piaciuto molto, e la prima definizione che viene da dargli è questa: non “libro-denuncia”, non “la vera storia di …”. Il libro è anche queste cose, ma prima di tutto c’è la sua dichiarazione d’amore per Stefano, sicuramente una tra le più belle dichiarazioni d’amore che io abbia mai letto.

E poi l’importanza del “proprio” nome, di essere “nominati”, in contrapposizione all’improvvisa negazione della propria identità, e quindi del conseguente riconoscimento di compagna-moglie. Scrive Adele nel suo libro:
(….) Eppure, pensavo quella sera e avrei pensato nei giorni a venire, tutti quelli che avevo intorno in qualche modo sapevano chi fossi, sapevano quale era il mio nome. Semplicemente non lo dichiaravano, affinché io fossi come morta. “Ma perché?” mi chiedevo io. Perché la mia identità non era solo nelle mie mani, nel mio cuore, nella mia mente e nella voce di Stefano quando chiamava il mio nome urlando. La mia identità era nelle mani degli altri, sono gli altri che ci fanno esistere guardandoci, nominandoci, scegliendoci anche solo accidentalmente, facendo scorrere il dito su una lista dove è stato scritto il nostro nome.

“Nemmeno il dolore” è un libro bellissimo. Un grido d’amore la cui eco giunge fino a noi e ci trapassa il cuore. E’ una storia struggente e forte. Forte, come Adele.

venerdì, 12 gennaio 2007
Grandi Pennelli e Grandi Partiti

Grandi Partiti

Nella indimenticabile pubblicità, anche perché riproposta tale e quale da qualche decennio, dei pennelli Cinghiale, si affermava: ".. per una parete grande non occorre un pennello grande, ma un grande pennello”.
Questo “amletico” dubbio è tornato nel bel mezzo delle nostre riflessioni politiche, in questa fase in cui si dibatte di crisi e scollamenti della politica, della necessità e dell’essenza di un “grande partito nuovo” aperto alla società civile e votato alla partecipazione.

La riprova dell’urgenza di un “grande partito nuovo” l’abbiamo avuta ancora in questi giorni in cui le eterogenee ed egocentriche anime che compongono lo schieramento de l’Unione vanno a riunirsi nella Reggia di Caserta (scelta quanto mai infelice), ognuna con la propria bandiera, a partorire topolini, mentre su i giornali campeggiano sondaggi disastrosi per il governo (e per il centrosinistra).

Nel tentativo (disperato?) di concepire questa grande entità ci siamo detti: perché non mutuare in questa fase progettuale lo schema di un aggregatore come Kilombo per concepire l’area del grande partito?
Nella blogosfera italiana Kilombo unisce un largo arco di anime della sinistra. In quel luogo esistono, convivono, si propongono, diversi modi di sentire le idealità progressiste. Per quale motivo il progetto di aggregazione politica del PD, che oltretutto dovrebbe rappresentare un arco minore di esperienze, non potrebbe “funzionare”? E’ possibile che per questo indispensabile progetto di politica unitaria, richiesto da un’ampia parte del Paese per semplificare il sistema politico e per governare l’Italia, si debba necessariamente passare per un quinquennio all’opposizione?

I timori che leggiamo nei blog sono perlopiù legati alla difficoltà di concepire il nuovo attraverso un processo che, partendo da un reale coinvolgimento dal basso (anche e soprattutto nella prima fase progettuale), sia capace di ospitare e rappresentare le varie idealità (non ideologie), il patrimonio umano e di valori del centrosinistra, dando a tutte diritto di cittadinanza e avendo come collante prioritario proprio i nuovi metodi di partecipazione e coinvolgimento, oltre che, naturalmente, il bene della collettività piuttosto che quello dei partiti o delle singole istanze.

Certo è che, da Orvieto, dove con un certo entusiasmo fu rilanciato il progetto, sembra essere passato un secolo. Certo è che il comportamento di molti leader, dopo quella passerella, è stato poco conseguente. Negli ultimi 3 mesi, alle prime difficoltà, ci sono stati atteggiamenti di mimetizzazione attuati con i “vai avanti tu” che hanno prodotto sconforto e apprensioni, anche perché, tra assenze e silenzi, si sono potute notare le posizioni estreme e contrarie al PD (ad es. i Teo Dem), che altrimenti sarebbero state marginali o comunque proporzionali all’effettivo peso politico.

Di fatto, ultimamente stanno prevalendo i timori che dietro a questa operazione ci sia la principale volontà di “consolidare gli equilibri esistenti” (N. Rossi) con leader non all’altezza, e senza la credibilità necessaria, del compito che un “grande partito nuovo” richiederebbe.

Cosa fare? A nostro avviso in questa fase bisognerebbe provare con tutte le forze a far sentire la voce non solo della blogosfera ma anche della “famigerata”, ma fondamentale, casalinga di Voghera che, è bene ricordare a tutti i bloggers, “viaggia” ad una velocità minore ma è fondamentale per il consenso.

Bisognerebbe incontrarsi, fare iniziative, raccogliere adesioni a manifesti/appelli in grado di raccogliere il disagio esistente. Provare con tutte le forze, in questi mesi che anticipano i congressi dei DS e della Margherita, a far si che i buoni propositi di cambiamento, intravisti ad Orvieto, prendano forma e diventino metodo e strumento politico.

Noi non crediamo, non vogliamo credere, che sia stato tutto già deciso e che in questo momento (per l’area de l’Ulivo) si possa già incassare elettoralmente il malcontento, attraverso la costituzione di ulteriori formazione partitiche.
Sicuramente qualcuno lo farà, pensiamo in primis a Beppe Grillo e ai suoi amici dei Meetup, magari con Di Pietro e altri, non senza ragioni, non senza consensi.

sabato, 06 gennaio 2007
Il coraggio di Mambo

Saddam

Buon anno a tutti gli amici della tribù. Iniziamo a postare segnalandovi la “correzione” del sottotitolo del blog, segno dei tempi e della difficoltà incontrate da questo progetto politico (ci ritorneremo su).

Gli ultimi giorni del 2006 ci hanno lasciato la pesante “eredità” dei casi Welby e Saddam per riflettere sui concetti della vita e della morte, assieme, nel primo caso, all’incapacità della politica di dare in tempi adeguati le relative risposte.

Nel discorso di fine anno (bello e accorato, anche se avremmo preferito qualche richiamo alla laicità dello stato) il Presidente Napolitano ha attirato la nostra attenzione quando ha esortato: “.. a chi mi ascolta, e a tutti gli italiani, vorrei dire : non allontanatevi dalla politica. Partecipatevi in tutti i modi possibili, portatevi forze e idee più giovani. Contribuite a rinnovarla, a migliorarla culturalmente e moralmente”.

Ripensando a quella frase: “non allontanatevi dalla politica” ci siamo chiesti se non sia più corretto affermare che in realtà è la politica, o meglio, sono i politici che si stanno allontanando dalla gente, dai giovani, dal concetto di “bene comune”, intrappolati da un “sistema” farraginoso sempre più bloccato da veti incrociati e da burocrazie di partito.

Fatta questa premessa, ci chiediamo e vi chiediamo: cosa ci possiamo auspicare per il 2007? Quali sono le priorità politiche per il nostro paese?
Noi crediamo che tanto per iniziare ci vorrebbero un po’ di scelte “coraggiose” partendo proprio da chi la politica l’esercita per professione. Bisognerebbe avere il coraggio di uscire dai luoghi della politica, dalle stanze di potere e confrontarsi di più con i cittadini affiancandoli nelle strade e in tutti i luoghi dove sia possibile un reale confronto, per arrivare a trovare soluzioni condivise atte a superare lo scollamento in atto.

E’ necessario che i giovani politici diano segni di discontinuità da una politica che non riesce a garantirsi i fondamentali ricambi generazionali. Bisognerebbe avere il coraggio di uscire dal “coro” come il piccolo “Mambo”, il simpatico pinguino di “Happy Feet”, che sfida un incombente e ineluttabile destino andando alla radice del problema.

Guardando ai grandi temi internazionali e cercando di essere ottimisti verso l’anno che verrà, un piccolo segnale, che noi abbiamo apprezzato molto, ci viene dall’azione politica della “piccola” Italia all’ONU.
Dopo due tentativi andati a vuoto per un soffio, il terzo tentativo per una “moratoria internazionale sulla pena di morte" ha buone speranze di andare in porto.
Potrebbe essere un buon segnale per l’Italia, lo sarebbe di sicuro per il futuro dell’umanità.